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STORIA E LUOGO

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Eremo di San Domenico di Villalaga
San Domenico Abate, monaco benedettino ed eremita itinerante nato a Foligno nel 951, morto a Sore nel 1031, intorno al 1010 passò dalla valle dell’Aventino, sul versante orientale della Maiella, in quella del Sagittario, fissando la sua dimora, denominata Prato Cardoso, in un antro naturale dirimpetto alla sorgente del fiume Sega. Qui visse alcuni anni in solitudine, nella preghiera e nelle penitenze più austere, guadagnandosi, per la santità e la fama dei miracoli, l’ammirazione degli abitanti del luogo, che presero a venerarlo come loro patrono e nume tutelare. Il ritiro di Prato Cardoso divenne presto luogo di culto e vi fu costruito un eremo, che oggi si specchia nelle limpide acque del bacino artificiale creato negli anni ‘20 con una diga sul Sagittario. Nel piccolo portico antistante la facciata, che si apre sul lago con una graziosa bifora cinquecentesca, sono dipinte 4 scene illustranti altrettanti miracoli di S. Domenico. All’interno, cui si accede attraverso un bel portalino in pietra di epoca rinascimentale purtroppo pesantemente ridipinto, si erge un altare in stile neogotico che accoglie la statua del santo. Il paliotto in scagliola dipinta è di epoca più antica, essendo stato relaizzato nel 1761 da tal Giuseppe Mancini su commissione dell’eremita villalaghese Francesco Iafolla, come si legge sull’iscrizione commemorativa. Una porta in fondo all’edificio immete in una ripidae stretta scala in pietra che conduce alla buia spelonca dove fino a pochi anni fa si conservavano le travi di legno su cui dormiva il santo, ora trasferite nella chiesa parrocchiale dopo esser state gravemente danneggiate da un incendio. L’eremo di Prato Cardoso, conosciuto anche col nome di Eremo di San Domenico, non è l’unico segno della presenza del santo nel territorio: con l’aiuto dei conti di Valva Beraldo, Teodino e Randuisio, infatti, egli fondò nel secondo decennio del sec. XI, il monastero di San Pietro del Lago, di cui oggi restano solo pochi ruderi qualche Km a nord del paese, ma un tempo ricco e fiorente, come testimoniano le sue numerose proprietà nelle aree limitrofe. Nel 1607 i discendenti di quei conti valvensi donarono il monastero col territorio di pertinenza, le celle dipendenti e l’eremo di Prato, a Montecassino. L’acquisizione della proprietà fu successivamente sancita incidendo il nome del monastero su uno dei pannelli delle celebri porte bronzee fatte realizzare dall’abate Oderisio e miracolosamente scampate ai bombardamenti dell’ultima guerra. Da allora il territorio rimase formalmente sotto la giurisdizione dei Montecassino, seppur contrastati dai vescovi di Valva e dai feudatari locali. La vita di San Pietro in Lago durò con alterne vicende fino al ‘400, poi iniziò una irreversibile decadenza che culminò nel secolo successivo con l’abbandono del monastero da parte dei monaci. Gli edifici conventuali, privi di cure, decaddero rapidamente e alcuni elementi architettonici furono asportati. Fra questi, il più interessante è la lunetta in pietra che adorna la porta di San Michele Arcangelo all’Arapezzana. Lasciando Villalago, e andando verso Villalago Riviera, a pochi passi dalla piazza, si incontra la Chiesa di Santa Maria, fatta costruire dai monaci di San Pietro in Lago e ristrutturata, con alcune modifiche, nel 1575. Solo recentemente, in seguito ad un altro restauro, si è riusciti a recuperare l’antico parametro in pietra: di notevole interesse è una bella finestra circolare ornata con un motivo a traforo, sicuramente appartenente all’impianto originario.





L’EREMO DI SAN VENANZIO
L’eremo di San Venanzio è situato nell’omonima valle in un ambiente naturale non ancora guastato –per fortuna- da pesanti interventi dell’uomo.
Quando si parla di eremi, che per loro natura sono posti sempre in zone particolarmente amene e solitarie, non si può fare a meno di descrivere il paesaggio in cui si inseriscono, poiché ne rappresenta un’insostituibile cornice.
Prima di sboccare nell’ampia Valle Peligna per poi insinuarsi nuovamente, il fiume Aterno attraversa uno dei tratti più suggestivi del suo percorso, che s’inizia immediatamente dopo Molina: è la Valle di San Venanzio che il fiume ha scavato tra i monti Urano e Mentino.
L’amenità del luogo è dovuta soprattutto al suo aspetto selvaggio che è accresciuto dalla foltissima vegetazione e dalla conformazione delle pareti rocciose cadenti a strapiombo sul fiume spumeggiante tra le rocce e gli anfratti della gola.
Per la sua posizione estremamente isolata, il luogo sfuggì all’attenzione dei visitatori ottocenteschi, molto sensibili alla natura selvaggia della regione che divenne un luogo comune non ancora sfatato. Tuttavia, una prima descrizione della Valle di San Venanzio risale al 1688, anno in cui i Padri Bollandisti pubblicarono un’appendice alla vita del Santo. La più antica descrizione della valle e dell’eremo di San Venanzio che si conosca riportava le seguenti parole: << a mezzo miglio dalla città di Corfinio si trova un’amena valle circondata da colli, verso la quale si snoda un mirabile acquedotto sotterraneo, scavato nella roccia per la lunghezza di tre miglia e tanto grande da consentire il passaggio di una persona eretta. In esso scorre un corso d’acqua che irriga tutta la valle, che alimenta un bellissimo anche se piccolo boschetto e che, alla fine della valle, s’immerge nel gran fiume Aterno, oggi chiamato Pescara. Su questo fiume, ai piedi del monte, si trova uno sperone roccioso: su questa roccia sorge la chiesa. Essa è dedicata a Dio, alla Madre di Dio e a San Venanzio Martire, protettore del luogo>>.Agli inizi del ‘900 visitò il santuario Benedetto Croce, che in quegli anni soggiornava spesso a Raiano presso una cugina; il filosofo riportò la sua impressione in questo efficace schizzo: <<più in là, incassato fra le montagne, come in una spaccatura, il romitorio pende sopra una roccia rotonda, giallastra, che pare un gran blocco di oro. Per tutta la strada, da Raiano a San Venanzio, rumorio di acque, ruscelletti che cendono giuso all’Aterno>>.
In effetti, l’eremo sorge
su un sistema di archi che impostano sulla viva roccia nel punto in cui la Gola si restringe maggiormente e dove il fiume forma una piccola cascata. Al visitatore viene spontaneo chiedersi come mai il santuario sia stato costruito al di sopra del fiume. La risposta la fornisce il ricordato brano dei Bollandisti: <<Da un’altra parte della chiesa si scende per mezzo di una scala a più gradini in una spelonca presso il fiume, ove San Venanzio faceva penitenza e dormiva. In questo posto è dato vedere mirabilmente scavata nella pietra la forma completa di un corpo umano con ben distinte le forme del capo, delle braccia, delle ginocchia e delle alte membra, come se le avesse fatte un esperto scultore. Sempre in questo luogo c’è un piccolo altare con una croce di legno antichissima, dinanzi alla quale si crede che fosse solito pregare San Venanzio>>. Tutta la zona era dunque indicata dalla tradizione come il luogo in cui l’anacoreta aveva lasciato le orme della sua santità, in cui aveva operato miracoli e prodigi.
L’edificio, come ci appare oggi, è a pianta rettangolare coperta con volta a botte; ha due altari laterali in prossimità di quello maggiore che è addossato ad una parete divisoria, dietro la quale si trova la vecchia abside con resti di affreschi cinquecenteschi molto deteriorati, rappresentanti gli Evangelisti e restaurati nel 2006. Sul lato orientale si svolge un corridoio su cui si aprono alcune cellette eremitiche, ormai da tempo abbandonate. Alla fine del corridoio è il passaggio per la loggia sospesa sul fiume, nonché la gradinata che scende alla cappella delle Sette Marie. Tutto questo organismo, chiesa e celle, poggia sulla sponda destra dell’Aterno insistendo su una compatta massa rocciosa. La parte più caratteristica invece, quella che unisce le due pareti della gola, imposta su un sistema di archi a diverso livello, sotto i quali scorre il fiume.
La precedente costruzione, di cui sono rimasti i segni anche dopo gli interventi della fine del ‘600, risale ad un periodo a cavallo tra il XV e il XVI secolo, sia perché gli affreschi che restano sono databili agli inizi del ‘500, sia perché il Compianto in terracotta fu eseguito nel 1510. Ma la chiesa odierna, perlomeno quanto a spazio interno, non ha più la forma della precedente, poiché subì evidenti trasformazioni. Ed è possibile indicare con una certa sicurezza l’epoca esatta degli interventi allo scadere del penultimo decennio del secolo XVII. A proposito dei tre altari interni bisogna aggiungere che quelli laterali contengono le statue di S. Giovanni Battista e di S. Pietro Celestino mentre le statue di S. Antonio Abate e di S. Porfirio erano sistemate lateralmente all’altare maggiore e furono trafugate nel 1791. Prima del furto sacrilego le pareti del santuario erano ricoperte di ex voto, tra i quali alcuni del ‘600 e in discreto stato di conservazione agli inizi del ‘900, secondo la testimonianza del Croce. Sembra che l’ambiente rifatto alla fine del ‘600 non fosse adorno da alcuna pittura; mentre le decorazioni moderne sono dovute ai pittori Savino Del Boccio e Antonio Vaccaro, che le eseguirono immediatamente dopo l’ultimo conflitto mondiale in segno di ringraziamento al Protettore, come si desume dalla scritta commemorativa.
La più bella opera d’arte che l’eremo conserva è un Compianto cinquecentesco composto da diciassette figure in terracotta policroma e un gruppetto di cinque angeli che pende dal soffitto. La scena è dominata dalla figura del Cristo in primo piano, adagiata in un sudario a forma di navicella. A sinistra e a destra si trovano figure maschili e femminili, vestite di lunghe tuniche e strani copricapi.
Strettamente legati al santuario, anche se da esso materialmente lontani, sono i luoghi che la pietà popolare indica come segni dei miracoli operati dal Santo. Anzitutto le tre edicole lungo la strada, in cui si scorgono l’impronta del cranio, del volto e del piede impresse nella viva pietra; al di sopra dell’eremo, invece, su una parete a picco c’è una specie di piccola terrazza, la Crocetta, di difficilissimo acceso, ove il Santo si recava per pregare e fare penitenza ed ove si recano, per devozione, le persone più spericolate il giorno della sua festa.
Altra impronta, su cui si stendono i pellegrini per guarire dai vari acciacchi, è quella già ricordata del corpo del Santo, prodotta durante il sonno sulla nuda pietra; ad essa si scende per mezzo di una scala santa tagliata nella viva roccia davanti l’altare maggiore. Dirimpetto a tale impronta è il sedile di S. Rina che ha il potere di guarire dal mal di reni.
Tratto da Raiano e Dintorni del Prof. D. V. Fucinese






L’eremo mimetizzato nella “roccia sacra”del vallone di Santo Spirito: San Bartolomeo in Legio.
Tra gli eremi più belli e più famosi d’Abruzzo ce n’è sicuramente uno che ogni anno, soprattutto in occasione dei festeggiamenti in onore del Santo a cui esso è dedicato, attira numerosi pellegrini , ma anche semplicemente numerosi curiosi o amanti delle passeggiate montane : si tratta dell’eremo di San Bartolomeo in Legio che si trova nel comune di Roccamorice.Il paese di Roccamorice ha una particolare collocazione, infatti esso è situato proprio su uno sperone triangolare che sembra avanzare tra le modeste acque dei fiumi Lavino e Lannella; l’assetto urbano è tipicamente medioevale ed ha un’altezza di circa cinquecentoventi metri sul livello del mare, trattandosi di un territorio pedemontano che è compreso nella suggestiva area del Parco Nazionale della Majella, che pur nella sua semplicità viene vista come un parco nel parco essendo inserita all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, dove , ancora una volta ciò che colpisce è la sua sacralità osservabile in particolar modo attraverso le “fonti storiche”che questo magico territorio continua a mostrare. Non c’è da stupirsi dunque se molti eremi, sembrano avere una strana o addirittura inspiegabile posizione, come nel caso dell’eremo di San Bartolomeo interamente incastonato nella roccia: è proprio la conformazione geomorfologica della montagna ad offrire questo tipo di possibilità; non è un caso se la Majella viene vista come un’unica grande cupola che offre la possibilità di godere della bellezza di ciò che rivela in campo archeologico per lo più, in molti casi anche dopo ore di cammino. Questa montagna è interamente solcata da valli molto profonde e rocciose che possono rendere difficili anche i percorsi per coloro che non sono abili, eppure il suo fascino è tale che nessun percorso appare impossibile proprio perché la curiosità di vedere è in alcuni casi molto forte. Anche il paese di Roccamorice incuriosisce molto: i suoi non numerosi abitanti vivono in case disposte a schiera lungo strade molto strette che continuano in questo modo a documentare ancora una volta l’origine medioevale del borgo; le prime notizie legate ad esso risalgono intorno al XII secolo , ma una più ampia documentazione può essere ricondotto al 1400 circa quando il paese divenne feudo dei Valignani e rimase sotto la custodia dell’egemonia di questa facoltosa famiglia che fece davvero molto per il paese aiutandolo ad accrescersi ed a mantenersi sempre in ordine fino al XVIII secolo. Anche il paese di Roccamorice viene annoverato tra quei borghi che furono abitati durante il Paleolitico, infatti è possibile sottolineare come tutti i comuni facenti parte di questa area attestino un’antichissima presenza umana , come testimoniano i numerosi reperti paleontologici che sono stati ritrovati per lo più nelle zone della Valle Giumentina proprio tra Roccamorice e la vicina Caramanico e che ora sono soprattutto osservabili nei numerosi musei d’Abruzzo che colpiscono proprio per la vasta presenza di reperti “inconsueti”che ospitano. Il territorio di Roccamorice ospita oltre al già citato eremo di San Bartolomeo , anche un altro eremo molto famoso ed anche molto celebrato nella storia d’Abruzzo : l’eremo di Santo Spirito; esso probabilmente fu costruito prima dell’eremo di San Bartolomeo, addirittura studiosi stimano che sia più anziano di quest’ultimo di circa trecento anni. Non c’è da stupirsi sul fatto che un paese così piccolo abbia ospitato due dei maggiori gioielli eremitici d’Abruzzo, d’altra parte la Majella è stata definita come “Montagna Madre” e “Montagna Sacra”, proprio perché è sempre stata accogliente, aspra ma accessibile, ed ovviamente è sempre stata vista come un sito adatto anche per i riti religiosi che gli uomini consumavano dando spazio in questo modo anche ad una forte componente mitologica che viene custodita ancora oggi nel mettere in pratica i culti religiosi durante le feste folkloristiche per le quali l’Abruzzo si fa notevolmente conoscere. Il territorio di Roccamorice preserva ampliamente la tradizione , non a caso la montagna che circonda il borgo ha visto diffondersi nel corso del tempo la pastorizia sin dai tempi antichi ed è decorata di caratteristici “tholos”, ossia capanne in pietra che fungevano da ricovero per gli infaticabili pastori. L’eremo di San Bartolomeo ha forse una minore importanza storica rispetto a quello di Santo Spirito ma la sua struttura lo rende spettacolare: di sicuro la sua posizione risponde maggiormente alle vere esigenze di un “eremo” essendo solitario ed appartato. Esso fu costruito nel XIII secolo da Pietro da Morrone , il Santo eremita che ha reso la Majella un luogo della “memoria” mai oscurato nel corso del tempo. Quest’eremo è posto sotto un enorme tetto di roccia che dall’alto sembra mascherare interamente la struttura , ed il complesso si trova esattamente nel Vallone di Santo Spirito, ad un’altezza di circa seicento metri, mentre i metri della sua lunghezza sono circa cinquanta , come quelli del sovrastante sperone roccioso che è bucato proprio per permettere la discesa nel terrazzo dell’eremo. Esso è caratterizzato da un balcone interamente realizzato in roccia ed in una delle estremità culmina con la parete della piccola chiesetta a cui è collegato che ha la particolarità di presentare internamente al di sopra della porta ’ingresso degli affreschi che, a dire il vero, non si presentano in un buono stato ma sono stati corrosi dal tempo. L’illuminazione interna di questa piccola chiesa è a carico di una minuta finestra che in realtà funge anche da porta d’ingresso che presenta nella porzione sottostante una pietra dal taglio irregolare che protegge una piccola vaschetta scavata sul pavimento dove si raccoglie dell’acqua sorgiva che robabilmente aveva lo scopo di dissetare il Santo eremita. L’altare interno presenta una piccola porta su di un lato che a sua volta divida l’interno in due piccolissimi ambienti che erano probabilmente li ricavati perchè il Santo ne potesse fare un uso personale; in realtà questa è anche la parte terminale dell’eremo, infatti proprio in questo punto si conclude il balcone che presenta una scala molto lunga che è scavata direttamente nella roccia e che immette, il visitatore che voglia farne uso, direttamente nel vallone.  particolare dell’altare interno dell’ eremo di San Bartolomeo, foto di Alessandra Renzetti. Ma è presente un’altra scalinata proprio nel centro del balcone : la “Scala Santa” che è quella posta a destra e che il visitatore che raggiunge il sito in pellegrinaggio deve percorrere solo in salita in ginocchio mentre prega. Il vallone presenta nella porzione sottostante un ponte non artificiale ma ottenuto nella roccia in via del tutto naturale, affiancata ad una piccola sorgente. I pellegrini, ancor oggi molto numerosi, attingono l’acqua da questa sorgente riportandola anche a casa in piccoli contenitori cosicché ne possano bere un po’ anche coloro che non siano riusciti a raggiungere l’eremo in occasione dei festeggiamenti in onore del Santo: secondo al tradizione l’acqua in questo caso ritenuta “santa” rappresenta una speranza per i moribondi ed in più è ritenuta efficiente nei confronti delle malattie dei neonati , riuscendo a curare piaghe e ferite; queste sono tutte credenze che sono state direttamente ereditate dal passato. I festeggiamenti in onore del Santo ci sono il 25 agosto , quando una folla senza età attraversa il fondo della valle, snodandosi lungo sentieri antichi e molto spesso anche difficili da attraversare, recando a turno tra le mani la statua in legno del Santo che talvolta genera anche delle liti opportuno visto che tutti quanti hanno l’ardente desiderio di stringerla tra le braccia lungo il percorso. Generalmente i pellegrini al mattino presto si recano nei pressi dell’eremo dove, la tradizione prevede che il sacerdote del paese celebri la Messa che stringe ulteriormente in preghiera i fedeli, e successivamente si da spazio ad una colazione “al sacco” che serve a dare nuova energia alla folla che dovrà affrontare la strada del ritorno verso il paese con la statua tra le mani.La particolarità della statua è la sua resa in legno, tipicamente paesana; il Santo reca sulla spalla sinistra la pelle mentre ha nella mano destra un coltello, infatti secondo quanto attesta la tradizione Egli fu martirizzato in Oriente , dove su privato della pelle da vivo: non è un caso infatti se viene visto come il Santo guaritore delle piaghe e delle malattie epidermiche.Come accade per molti degli eremi d’Abruzzo la fatica che si può provare nel percorrere le strade che conducano ad essi è poi appagata dalla bellezza e dal fascino del paesaggio circostante che nel suo sommesso silenzio sembra voler in realtà dire tante cose a chi vi giunge; ne viene fuori un contatto diretto dell’uomo con la natura che si manifesta in un dialogo interiore che porta l’uomo a compiacersi del “creato” che lo abbraccia; proprio con questo creato si sono confrontati molti eremiti che cercavano rifugio nella natura sfidando anche la difficoltà di vivere in questi territori, ma come direbbe Ignazio Silone: “l’uomo non esiste veramente che nella lotta contro i propri limiti”. Probabilmente sono stati questi limiti che gli eremiti non conoscevano a renderli “grandi uomini”.





Eremo di Sant'Onofrio al Morrone
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L'Eremo di Sant'Onofrio al Morrone è un edificio religioso posto sulle pendici dell'omonimo monte, nei pressi di Sulmona, risalente al XIII secolo, che custodisce la memoria di Pietro Angelerio (o Pietro da Morrone), il frate eremita che qui visse e che divenne papa nel 1294 con il nome di Celestino V e poi santo. Il complesso è raggiungibile attraverso uno scosceso sentiero sebbene di facile percorribilità che conduce dalla frazione Badia, al margine orientale della Conca di Sulmona sino alla quota di 620 metri dove è posto l'eremo.
Storia
Giunto in Abruzzo tra il 1239 ed il 1241, Pietro di stabilì sulle pendici del Monte Morrone, in una grotta, facendovi successivamente edificare una chiesetta dal nome Santa Maria in Ruta o in Gruttis. Ben presto Pietro, fautore di un'ampia attività di proselitismo, prima nella zona e successivamente anche all'estero, si rese conto che il luogo era divenuto inadeguato alla meditazione ascetica e si trasferì sulla Majella dove fondò l'Eremo di Santo Spirito. Frequenti tuttavia erano i suoi ritorni sul Morrone dove dispose la costruzione di un vero e proprio eremo, su un luogo scosceso e di difficile accesso che guardava verso la conca di Sulmona; il luogo si prestava alla vita solitaria e ascetica ma anche all'accoglienza dei pellegrini che numerosi ascendevano la montagna richiamati dalle virtù del futuro santo. Nel 1294, il re di Napoli, Carlo II d'Angiò, subito dopo il conclave che sancì, dopo ben ventisette mesi di sede vacante, l'elezione di Pietro Angelerio a Papa, giunse sul Morrone per annunziare l'elezione all'eremita e per condurlo a L'Aquila per la solenne incoronazione nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Celestino V, che restò sul soglio pontificio per soli quattro mesi, tornò all'eremo morronese nel 1295, in fuga dopo aver rinunziato al papato, perché ricercato dal nuovo pontefice Bonifacio VIII. L'eremo durante l'ultimo conflitto mondiale subì notevoli danni che ne alterarono l'originaria struttura, sebbene la ricostruzione successiva abbia mantenuto la planimetria dell'edificio con variazioni dell'aspetto esterno. Una lapide sulla facciata ricorda il maestro Giuseppe Giampietro (1894-1974), che fu zelante artefice della ricostruzione.
La Chiesa
Antistante alla chiesa (dimensioni 7,30 x 4,80 m) è un porticato che conduce al piccolo piazzale prospiciente al sagrato. All'interno della chiesa vi sono, sulla parete sinistra, alcuni resti di affreschi del XV secolo che raffigurano il Cristo Re e San Giovanni Battista, e alcune pitture posteriori che rappresentano una Madonna con Bambino e Santa Lucia e Santa Apollonia. Non è più presente il trittico su tavola del Quattrocento che raffigurava Sant'Onofrio, San Pietro Celestino e il Beato Roberto de Salle (discepolo dell'Angelerio), rimosso nel 1884. Molto bello e di pregevole fattura quattrocentesca è il soffitto in legno. La chiesetta è ricoperta da una volta a botte e presenta al suo interno due altari moderni con Sant'Onofrio e Sant'Antonio Abate e sul fondo dell'ambiente si apre un arco che immette nella cappellina dell'oratorio.
L'oratorio

Vi si trovano alcuni affreschi attribuiti ad un "Magister Gentilis" probabilmente contemporaneo di Pietro da Morrone che raffigurano il Crocifisso con ai lati Maria e San Giovanni; sui due bracci della croce vi sono due angeli, uno che regge una corona di spine, l'altro recante una corona radiata.La lunetta che sovrasta l'opera è dipinta con una raffigurazione della Vergine con Bambino su di un fondo azzurro, mentre nell'altra lunetta di fronte sono rappresentati i busti di San Benedetto (vestito di rosso con un libro chiuso in mano), San Mauro e Sant'Antonio (con tunica gialla e mantello rosso). La volta a botte è di colore azzurro a fondo stellato. Sulle pareti laterali, pregevoli avanzi di dipinti del XIV secolo uno dei quali merita un cenno in quanto raffigura Pietro Celestino nelle vesti di Pontefice; il santo indossa una tiara intessuta di fili gialli con veste con cappuccio riversato sul mantello bianco. Al centro è collocato un piccolo altare di pietra bianca che sorregge un Crocifisso che, secondo la tradizione, sarebbe stato consacrato dallo stesso Celestino che sostava a Sulmona, in viaggio verso Napoli dopo l'incoronazione.
Altri ambienti
Il corridoio che si apre sul lato destro dell'oratorio raccoglie le aperture delle cellette di Pietro Celestino e del Beato Roberto da Salle, in quello che costituiva l'originario nucleo dell'eremo, assieme all'oratorio stesso; in fondo, una nicchia contiene l'affresco di una Crocifissione ed un'altra raffigurazione di Pietro Celestino con le vesti papali. Una rampa di scale conduce agli alloggi del piano superiore, oggi adibiti a sede di ritiri spirituali e alla terrazza da dove i fedeli usano lanciare sassi nel precipizio sottostante, a simboleggiare la volontà di allontanare le tentazioni.
La grotta
La grotta era il luogo dove, secondo la tradizione, Pietro Celestino si ritirava in preghiera; è localizzata nella pietra sottostante la chiesa ed è raggiungibile attraverso una scalinata esterna che si diparte anteriormente al porticato d'accesso. I fedeli usano strofinarsi contro la nuda roccia resa umida dall'acqua che vi sgorga (quella dove avrebbe dormito il santo e che ne conserverebbe l'impronta del corpo), per ottenere guarigione alle malattie reumatiche. Qui giungono, tra l'altro, i pellegrinaggi del 19 maggio, festività di San Pietro Celestino e del 12 giugno, ricorrenza di Sant'Onofrio.








 
 
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